Venerdì Santo a Palermo.

Francesca Picciurro

È venerdì, però il cielo non è quello di tutti i venerdì dell’anno. Sembra nascondere il suo vero volto, coperto, a chiazze, da nubi tremanti.

Io ho 8 anni, sono in soggiorno.
È aprile ed è sera, ma non è una sera come tutte le sere. È il venerdì sera della Settimana Santa e si attende; mentre si avvicina la notte, si attende.

Lontane, sempre più incalzanti e provenienti dalla stanza del balcone, che dá su via Perez, voci, troccole, tamburi e, potrei giurarlo, cuori che battono all’unisono.

«C’è a prucissiuoni!»

È mia nonna che ci comunica la fine dell’attesa e l’inizio di quel fare tipico di tutte quelle sere vestite da Venerdì Santo. Tutti in balcone, a guardare.

È una danza di tristezza;
è la coreografia del dolore.
Sulle spalle i confrati portano Gesù morto e Maria.

È un susseguirsi di segni della croce, sui balconi e per la strada.

Qualche genitore avvicina il bambino all’Addolorata, porgendole un bacio di devozione, dato alla mano e «posato» sulla vara.

C’è chi è scalzo, ché forse la grazia chiesta è troppo grande per poter mettere le scarpe.

C’è chi fa la questua, consegnando santine di ogni dimensione.

Io ho 8 anni ed ancora la paura non l’ho superata; sono pochi 8 anni per non lasciarsi impaurire da quegli uomini incappucciati, dai Giudei.

«La vuoi la Santina?»

È mia nonna che, ancora una volta, con una furba trovata, tenta di capire se quel timore è stato superato e se sono disposta a scendere in strada, da coloro che chiedono l’offerta, a pochi passi dagli uomini col cappuccio.

«No, nonna. Ho quella dell’anno scorso. È uguale.»

Il suo è il sorriso di chi ha capito.
E trombe e tamburi e piatti sono voci di una musica che mi rimbalza dentro e, anche se ho 8 anni, io quello struggimento lo sento e riesco a piangere, persa nei meandri del mistero della morte, protagonista indiscussa di ogni esistenza.

Piango anche adesso, a più di 30 anni. Piango per la proiezione del dolore di una madre che ha perso il figlio, in un concerto di emozioni, tra cui la più invadente, la più assordante, è l’assenza.

Non c’è più quella voce che mi fa saltare dalla sedia per l’arrivo della processione; non ci sono più quegli occhi che mi regalano sorrisi di comprensione.

Francesca Picciurro.

Deja un comentario

Blog de WordPress.com.

Subir ↑